giovedì 27 settembre 2012

Questi fantasmi


Una delle grandi paure de Lapazza era quella dei fantasmi. Ne accennò una volta con prudenza e poi via via ne parlò sempre più fino a farne un tormentone. Sosteneva che la biblioteca fosse abitata da spettri ed ectoplasmi vari. Diceva di avvertirne la presenza e mi chiedeva “Ma te non li senti quei rumori?”. La risposta inevitabile era “In questi palazzi antichi ci sono sempre rumori ma mica sono fantasmi”. Lei si diceva convinta che fossero in una zona precisa dell'edificio e cercava di evitare in ogni modo di andarci. Questo scatenò il mio sadismo. Io ero sicuro che fosse sincera ma fingevo di scambiarlo per il tentativo di lavorare meno e mi opponevo strenuamente. Anzi, mi inventavo ogni motivo possibile per mandarla proprio in quella zona. Dopo un po' il mio atteggiamento divenne manifesto e iniziai a dirle paternalisticamente “Bisogna che tu guarisca da questa fissazione. Un giorno mi ringrazierai!”. Del resto, tutto sommato … via … un po' era giusto far così!
Ma il meglio era alimentare la sua paura. Trattandosi di un edificio storico, iniziai a fare ipotesi paurosamente allusive circa gli antichi abitanti del palazzo e le modalità dei loro decessi. Del resto scoprii in breve che non era la sola a pensarla così. Un'altra collega, generalmente razionale e “insospettabile”, aveva quasi la certezza della presenza di fantasmi. Mi disse anche che una donna delle pulizia li aveva visti … anzi viste. Almeno due fantasmi di donne le erano apparsi davanti nella stanza più antica del palazzo e da allora aveva voluto a tutti i costi cambiare l'orario del turno delle pulizie. Naturalmente riferii a Lapazza con dovizia di particolari omettendo la mia idea che la signora si fosse semplicemente rotta le scatole (giustamente) di andare a lavorare alle 4 di mattina. In più la provocavo con sarcasmo con frasi del tipo “Ma secondo te i fantasmi dobbiamo annotarli nelle nostre statistiche sullepresenze?”.
Infine c'era il fatto di Gino. Gino era un barbone che abitava all'aperto in una sorta di androne della biblioteca da tanti anni. Era morto l'anno prima. Noi praticamente non lo conoscevamo ma ai tempi altri bibliotecari ci parlavano spesso. Venni a sapere che era solito dire: “Questo palazzo è la mia casa,questa biblioteca è la mia casa”. Quando lo raccontai alla pazza sbiancò come un cencio. Non pago di questo mi approfittai dei difetti dell'antitaccheggio per farle prendere una serie di spaventi. In quel periodo a causa di un guasto a volte si metteva a suonare senza che ci fosse passato nessuno. Io alzavo la testa dal monitor, dicevo imperturbabile “Ciao Gino!” e riabbassavo la sguardo. Accanto, sentivo lei cadere nel mutismo.

6 commenti:

  1. Mannaggia io ti avrei preso a calci! :)

    Saphira

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  2. sei proprio una merda!

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  3. deh, c'hanno ragione!

    emi

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  4. Beh intanto a qualcosa è servito ed ora non fa più nessuna storia per andare nella zona "infestata".

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  5. Eh, ma sei troppo razionale! Ed anche un po' sadico...

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